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RECENSIONI

RECENSIONI

Ut pictura poesis

Che noia questa morte dell'arte. Sono state scritte pagine su pagine, pare anche in tempi remoti, ma quest'arte non si e' ancora decisa a morire. Alcuni la danno per spacciata; altri, mai cosi' viva. Insomma e' viva o no? Un'autorevole fonte chiarisce che la "morte dell'arte" va intesa come una metafora, per dire che non facendo piu' stema con le altre discipline, l'arte e' ormai priva di nessi e di funzioni e, praticamente si consuma in una solitaria follia che somiglia alla morte. O, quantomeno, la vediamo vivere intensamente la propria morte lasciando tracce " talvolta anche profonde " di questa lunga trasognata agonia. Dunque, gira e rigira l'arte e' sorta? E se cosi' non fosse? A meno che non si tratti soltanto del congedo di un'arte elitaria che divora le proprie spoglie citando se stessa, ripetendo si fuori da ogni contesto storico, in attesa che si compia l'operazione imposta dalla incombente civiltà di massa. Vale a dire un'arte totalmente spersonalizzata, sottratta al singolo artista, destinata al consumo e a una rapida morte Consapevole che i fantasmi dell'arte frequentano territori immensi, sfaccettati, magici, sfuggenti, Bonetti si e' incorato a una sorta di ideologia dei valori che muove da una precisa citazione classica " definita con fedelta' grafica "per poi dar corso a una libera fantasia spericolata, pronta ad abbattere ogni steccato, assecondando la lezione dei migliori anacronisti. Sono frammenti di un mitico passato che affiorano sommessamente per poi scatenare fuoco e fiamme in una trasposizione poetico-simbolista senza distinzione di tempo e di luogo. Le immagini figurate sono sempre riconoscibili, trattandosi di particolari spiccati dal grande serbatoio della storia dell'arte classica, ma il concetto di "citazione" stravolto nella tensione del  duplice sguardo: uno volto al passato, l'altro rivolto al problematico presente. 

Giorgio Ruggeri (Tassesca 1987)

   

 

Franco Bonetti e' un amico, un buon compagno che conosco bene. Ma quando guardo la sua opera, mi sorprende completamente. Egli dischiude un paesaggio interiore in cui cio' che e' familiare diviene estraneo. Il suo linguaggio visivo e' una metafora, e io ad esso sono sensibile perche' la metafora e' il mio linguaggio, il linguaggio della danza. La sua opera e' piena di movimento e in costante equilibrio tra leggerezza e gravita' Franco e' il primo a vedere i bestiari formarsi e riformarsi in masse nuvolose, l'ombra sott'acqua che per un attimo pare umana. Egli vede la rosa invisibile nel calice di vino e assapora il vino che qualcuno emana nell'aria acutamente impregnata. Le pagine del suo libro sfogliate con ardore sanguinano goccia a goccia. Da Broletto, il paese dove Franco vive, le colline si sollevano e declinano in modo cosi' ripido che perfino ci se ne sta fermamente seduto sul margine del suoi giardino gli par di volare, il colori, i suoi colori sono un'oscurita' opalescente di luminose erbe commiste in estate con un blu azzurro (lapislazzuli blu) o l'incolore colore delle foglie dell'ulivo che possono illuminarsi d'argento sotto la brezza. D'inverso i colori a Broletto sono miscelati e occultati da cortine di nebbie lentamente mutevoli. Franco e' un giardiniere, un falegname, un dotato artigiano preciso e paziente. Ha lavorato in teatro come scenografo e tecnico. Conosce i segreti dell'illusione. Ha il cuore e l'impulso di un mistico per esprimere questi segreti con la sua arte poeticamente visionaria. E' un romantico realista del XXI secolo, un buon compagno con il quale bere del vino al centro del suo giardino. 

Glen Tetly coreografo   (The Wine and the Roses 1996)   

 

   

 

Ho il piacere di presentarvi Franco Bonetti. Per la prima volta in Canada, avremo l'opportunita' di vedere l'opera di questo artista italiano di talento. La serie di pitture ed incisioni, inspirata alle opere di William Shakespeare, introdurra' il suo stile vivace e audace agli amanti canadesi dell'arte. Influenzate dalla tradizione artistica e classica e rinascimentale, le pitture e le incisioni di Bonetti esercitano un'attrazione molto forte. Sono orgoglioso che il Volunter Committe of The National Ballet of Canada si sia cosi' generosamente offerto di sponsorizzare questa mostra particolare allestita presso l'O'Keefe Centre di Toronto. Gli appassionati della danza avranno l'eccezionale opportunita' di apprezzare questo artista molto particolare e straordinario. E, a sua volta, Bonetti donera' l'intero ricavato della vendita della sua opera al Natonal Ballet of Canada. Non si potrebbe immaginare piu' fruttuosa collaborazione fra gli amanti della danza e quelli delle arti visive. 

Reid Anderson direttore artistico del National Ballet of Canada (The Wine and the Roses 1996)   

   

 

[...] Contro la storia, contro i pregiudizi diventati opinione comune, il quarantenne Franco Bonetti ha trovato la forza di entrare, nei nostri giorni, in una materia scottante come puo' essere una pittura soprattutto "letteraria". Non si tratta di anacronistiche nostalgie o di un ritorno al passato. [...] Nessuno sforzo, nessun intellettualismo, nessuna presunzione; solo vita vera, con passione, anche quando vissuta apparentemente non in prima persona, ma attraverso maestri e capolavori letterari con i quali sente il bisogno di confrontarsi. E sono confronti, quelli di Bonetti, con grandi maestri del passato (Plauto, Jacopone da Todi, Tasso, Petronio Arbitro, Pavese), con la poesia contemporanea di Attilio Bertolucci e, uscendo dall'ambito letterario, anche con il Verdi dei Vespri Siciliani, e con Caravaggio. Tutti affrontati con passione e rispetto, senza la minima intenzione di idolatrarli o di rivaleggiare con loro. Bonetti vuole innanzitutto capire, dare immagini che nn vogliono illustrare, non vogliono essere icone di grandi opere letterarie facilmente riconoscibili. Preferisce evocare.[...]

Vittorio Sgarbi (La carne, la morte, il Principe 1998)

 

 

 

Ho incontrato Franco Bonetti negli anni ottanta a Reggio Emilia, negli anni felici del mio sodalizio artistico con Teatro Romolo Valli. Franco presentava la sua opera sul palcoscenico, dietro le scene ma, nonostante la sua professionalita' mi fu subito chiaro, anche attraverso la sua impazienza che il ruolo di artigiano gli stava stretto. Pazientemente si e' ritagliato uno spazio suo ed ha saputo trovare le occasioni per esprimere la sua vera natura. Oggi maturato da tante esperienze può rimettersi di affrontare temi impegnativi. Io so bene che nel lavoro di ogni artista c'e' molto di autobiografico e cosi' credo che per Franco questo suo nuovo ciclo di opere sia insieme una ricerca nel fondo della sua anima e una identificazione. 

Pier Luigi Pizzi (La Carne, la morte, il Principe 1999)

  

 

Una Ferrara che fu 

Franco Bonetti non e' illustratore: interpreta. Le parole, le pagine, gli suggeriscono paesaggi, volti, atmosfere. Il Gattopardo gli ha fatto dipingere la Sicilia dei Borboni, trasfigurata dalla sua accesa immaginazione. Dalle tavole esce la sensualita' la rassegnazione del Principe di Salina, le sue donne, il senso della vita e dell'ineluttabile, quei "fatti" spiegano il carattere del nobile uomo che senti' l'vvicinarsi la fine di un mondo irripetibile, il suo. Adesso Franco Bonetti passa a una storia che, a lui emiliano, e' forse piu' geniale: Il giardino dei Finzi-Contini, romanzo di Bassani sulla Ferrara magica e borghese che le leggi razziali sconvolgono, coinvolgendo i destini e i costumi degli ebrei, che pure avevano avuto una parte da protagonisti anche con le camice nere di Italo Balbo. Sono vicende di "diversi", non visti con ostilita' che per una improvvisa svolta della storia diventano vittime della persecuzione e della violenza. La comunita' israelitica, che ha vissuto senza sussulti dentro le vecchie mura, che spesso nascondono orti fragranti e solide costruzioni, frequentava il tempio, e la casa del fascio: poi scatta l'incomprensibile, il sopruso, e la ragazza protagonista della vicenda, esprime la pena di una societa' avviata all'estinzione. Ferrara triste e surreale: che ha gia' ispirato de Chirico e Pisis, con le sue nebbie e il grande fiume che trascina tutto. Tranne i ricordi. 

Enzo Biagi   (il Romanzo dei Finzi-Contini, 2000)  

 

 

 

Prologo

Vi sono romanzi che hanno la facolta' di sconvolgere il mondo: sono libri anomali, imprevedibili ed a loro modo scandalosi poiche' dicono inaspettate verita'; contengono nelle loro parole una forza sotterranea. Sembrano talvolta disadorni, ma il pensiero che contengono lascia una traccia incandescente. Non sono numerosi, ma possono essere fatali. Si possono chiamare Apocalisse o I canti di Maldoror, Se questo e' un' uomo di Primo Levi o Arcipelago Gulag Aleksandr Solzenicyn,  La ricerca del tempo perduto o Il giardino dei Finzi-Contini. Vi sono dipinti che hanno la facolta' di svelare l'aspetto straziante, bruciante, lacerante delle immagini. I loro colori e le loro forme posseggono un'acuta sensibilità e l'emozione che sono capaci di emanare attraversa la mente come una folgore. Vi sono incontri fatali tra la letteratura e l'arte che ci costringono a rileggere quelle parole con animo diverso, ad accogliere quelle parole come se contenessero un pensiero che in un primo tempo ci era sfuggito. Sono incontri rilevatori per entrambe. Il libro di cui parliamo e'  Il giardino dei Finzi Contini di Giorgio Bassani, i dipinti a cui alludiamo sono quelli di Franco Bonetti. All'improvviso scopriamo che quelle pagine, malinconiche e nostalgiche, non raccontano soltanto una vicenda umana o un'avventura d'amore, piu' o meno incompiuta, piu' o meno sfiorata, piu' o meno desiderata e respinta, non sono soltanto le tappe d'una rievocazione che va dall'infanzia alla maturita' ma compongono un lungo epitaffio. Riflessa in quello specchio, la pittura di Franco Bonetti - che con quelle pagine si e' confrontato - e' una specie di Cantico d'amore e di morte. Quel libro e' come una lampada, quella pittura e' come un sipario...

Janus (il Romanzo dei Finzi-Contini, 2000 )

 

     

Il buio, la luce 

Si sale rapidamente verso l 'alto per arrivare alla casa di Franco Sonetti, e in questa breve ascesa tutto muta. Abbandonata la strada che corre ai piedi delle colline, ci si lascia alle spalle un tessuto ibrido di case e campi che piu e' in citta' ancora non in campagna: l'eco persistente della citta' che si abbandona, il triste annuncio di un possibile, futuro spazio fondato sull'uniformita' delle tipologie e delle soluzioni abitative. Qui, invece, inerpicandosi verso la chiesa di Albinea e la vicina frazione di Broletto, tutto finalmente cambia: la natura non appare piu' soggiogata, reclusa, tenuta ai margini, titolare di un precario diritto di esistere, che sempre puo' essere cancellato; lo stesso castello, che si erge sulla sommita' della collina, e' certo il frutto dell' opera dell' uomo, ma si integra naturalmente " a differenza delle tante abitazioni della pianura " con gli spazi, i volumi, la luce che gli stanno attorno. Quando la strada, sempre piu' retta, entra a Broletto " che orgogliosamente annuncia, in un'antica scritta sotto la volta di una casa, la propria altezza: 262 metri " il passato o, meglio, il perenne ritornano davanti a noi: case di contadini e fienili feriti, ma ancora in piedi, se ne stanno sul crinale, ai due lati della via, prima che la terra rapidamente degradi e si tuffi nell'abisso delle due valli che si aprono dall' una e dall' altra parte. Qui, su questa lingua stretta, Franco Bonetti ha scelto di vivere, in una casa che dalla strada appare del tutto anonima, incastonata come in due corpi laterali, un'abitazione e un vecchio fienile. Basta, tuttavia, varcare la soglia per immergersi in un mondo all' altro: la biblioteca studio, senza finestre, deborda di carte e di libri " libri d'arte e di narrativa, volumi illustrati e opere dedicate alle passioni degli abitanti della casa, che gia' qui si  annunciano sulle pareti con le ceramiche cinesi, inglesi e danesi, e con le stampe antiche. Siamo nell' esiguo piano terra della casa, quello posto sulla sommita' del crinale; da questa stanza, infatti, si dipana una scala sia verso il basso che verso l' alto, una sorta di spina dorsale, di tronco su cui si aprono la altre camere dell abitazione. Si salgono alcuni gradini ed ecco, sulla destra, due camere da letto, dove ritornano, sui muri, le stampe antiche; altri gradini, procedendo oltre nella stessa direzione, portano a un piano superiore. Qui, affacciandosi ad una piccola finestra, lo sguardo domina la valle e puo' dirigersi, ebbro, oltre il giardino e la piscina, e ansiosamente indugiare su tutte le meraviglie (il colore dei campi arati, le macchie di arbusti, i filari di piante, le case lontane, perse sulla sommita' delle colline, vicine) di una valle dorata in cui il tempo pare essersi fermato. In questi ambienti raccolti, con le travi di legno che ci sfiorano il capo, ritroviamo i mobili inglesi "tra i quali un delizioso divano che sembra accogliere chi, stanco dell'ascesa, sia affaccia sul pianerottolo -, le ceramiche, piccole mensole, vetrine, tavolini con collezioni di oggetti. Se, uscendo dalla biblioteca, si imbocca invece il lato sinistro della scala, subito ci si immette nel grande studio, con le travi del sottotetto, che scorrono in alto come binari, le tante tele cui Bonetti sta lavorando, cartelle di disegni e di opere su carta, raccolte di manifesti e, sui muri, alcune splendide opere di un'artista tedesco di inizio secolo.

Sandro Parmigiani  (Home, sweet home 2000)

 

Segrete Memorie

Da sempre sembra prestare la sua grande visionarieta' al teatro e alla letteratura [...] e' vero piuttosto il contrario: sono teatro e letteratura a incendiare la sua immaginazione. Scenografie, costumi, atmosfere che restano impresse negli okki e nel cuore a lungo, a sipario calato, e lasciano tutta la dolcezza e la forza di un ricordo che non ci stanchiamo mai di rivivere. Tele che, bastano pochi sguardi, e subito immergono nel mondo degli scrittori amati dall'artista.

Lorella Pagnucco Salvemini (Segrete Memorie 2003)

 

 

 

Qui e altrove: " Lo spirito dello struzzo"

[...] La musica, quindi, analogamente a quanto avviene nel lavoro di Bonetti in rapporto con la letteratura, come "occasione" e "motivo" della pittura, come fonte di "emozioni", dall'artista selezionata sulla base delle proprie "intenzioni", non come sua sostanza prima. In un concorrere peraltro essenziale al determinarsi della temperie immaginativa ed espressiva [...] Mi riferisco al sospetto di soggezione descrittiva al tema, rischio totalmente estraneo all artista, e in tempi ormai remoti, all'affaciarsi di tale dialogo con la musica e la letteratura, da cui coscientemente individuato, e di conseguenza affrontato con lucida decisione. Lo si puo' constatare rileggendo una pagina del pittore relativa a Tassesca, il primo ciclo da lui svolto muovendo da un referente letterario, presentato nel 1988. In essa Bonetti "giustifica" la scelta del Tasso, nel quale, scrive, "ho avvertito sensazioni e colori che facevano al caso mio. Innanzi tutto l'incredibile drammaticita' della sua vita, che ha proiettato nella sua opera luci,ombre e colori in un groviglio che sento molto 'spettacolare'. Torquato Tasso offre motivo di 'spettacolo'; dunque,'rappresentazione'. Anche pittorica. La sua psicologia complicata, la sua epoca, le sue opere [...], la sua pazzia, la sua lucidità, la sua tensione religiosa, il suo attaccamento a cose che sa intimamente fragili e vane, tutto questo insieme mi pare che, in un'epoca come la nostra, piena di certezze e di illusioni, tecnologicamente avanzata e spiritualmente povera, sia altamente portato a farsi simbolo, emblema."

Luciano Caramel (L'indice dello struzzo 2004)